Visione superficiale

Temo le persone che si fingono intellettuali: fingono, perchè non lo sono. Vendere al prossimo l’immagine del conoscitore del profondo significato delle cose: significato che spesso, per quanto complesso, diventa al tempo stesso incomunicabile per chi non è intellettuale a sua volta.
Insomma, il vantaggio del fingere di essere intellettuale è quello di ridurre al minimo la comunicazione verso l’esterno, di parlare solo di questioni “alte” solo a quei prodi che si avventurano a loro volta nella complicata avventura di essere finti intellettuali a loro volta. Salvo poi dimostrare tutta la loro ignoranza.
Come descritto temo questo tipo di personalità, anche se al tempo stesso ammetto di capirli in parte: è bello vedersi riconosciuti dei meriti, anche solo in modo indiretto. Il fatto di guardarsi in giro e credere di essere l’unico gigante che si staglia nel marasma di superficialità del mondo attuale è sicuramente appagante, e il vantaggio di rimanere nella propria torre d’avorio permette di giudicare tutti e tutto, col solo scopo di alimentare il proprio ego.

Alla fin fine, per come l’ho vista in prima persona, è un modo come un altro per sopravvivere benchè arido. Non che sia in assoluto un male giudicare o chiudersi nella torre d’avorio, a volte concordo con il fatto che può essere addirittura costruttivo. Ciò che in questo post vorrei sottolineare è l’uso sistematico di tale pratica, in ogni situazione, quasi a voler dimostrare la propria superiorità ad ogni costo: eppure benchè si continui si sente che in ogni caso manchi qualcosa.

L’intellettuale è, per definizione, colui che utilizza l’intelletto per attività di tipo teoretica. Dunque chiunque è potenzialmente un intellettuale.
Il discorso però si affina in una lettura politica dell’accezione di intellettuale: rimanendo in patria è possibile notare come il concetto sia stato sempre un'”etichetta” per una determinata curva di idea politica. Ben inteso, la cosa non è un male e non credo di avere la competenza nella materia per discuisirne adeguatamente.
Quello che però mi preme, ricollegandomi alle prime righe scritte, è parlare di come il fingersi intellettuale porti automaticamente la gente a diventare di quella “pseudo-sinistra”, che di tutto sa, tranne che di quello che parla. O meglio, evitando di generalizzare, conosce molto superficialmente, contrariamente a quanto pensato, gli argomenti che si vanno esponendo.
In gergo viene un po’ chiamata “sinistra da salotto”, anche se, da mia esperienza, anche una certa sinistra “da strada” ne soffra in parte.

Non che nello schieramento opposto non ve ne sia traccia, ma basta poco per capire che si sta parlando di poca roba… e probabilmente si vede che non ce ne sia un così grande bisogno.

Ora, chissà cosa centrerà il discorso di sinistra con il temere gli intellettuali di sopra: il problema è la capacità di discussione che una determinata etichetta (che null’altro può essere visto la mancanza di capacità effettiva) comporta nella realtà dei fatti. Un tale che si vuol comportare da Intellettuale, chessò guardando solo certo tipo di film, tipo di libri, etc…, deve dare l’impressione di essere afferente ad un determinato tipo di “idea politica” o di “salotto buono”.
L’intellettualismo, inteso come “moda” di fingersi intellettuali al giorno d’oggi,  ha chiuso il recinto delle idee delimitando la capacità di scaturire un qualcosa di realmente utile: come detto sopra, tutti sono potenzialmente intellettuali e tutti, in ogni caso, possono contribuire alla crescita delle idee.
In poche parole, i finti intellettuali non comunicando verso tutti sono fautori loro stessi della loro falsità: sono recintati nella gabbia di chi la pensa come loro e di rado si propongono di affrontare un reale dibattito. Che spesso, se inevitabile, deve essere all’ultimo sangue: dimostrare di avere ragione. Punto.

Ora, rileggendo, trovo la cosa piuttosto confusa. E in certo senso ne sono contento per cui la lascerò pubblicata.
In fondo non sono un intellettuale, e certe cose posso permettermele.

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